Le pitture rupestri di Tuppo dei Sassi di Filiano

di Teodosio Di Capua

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La Riserva Antropologica e Naturale Statale “I Pisconi”, istituita con legge dello Stato nel 1972, interessa un’area collinare di 148 ettari. Si estende dalla confluenza del torrente Bradanello con il Vallone delle Volpi, dove l’altitudine è di 620 metri, fino a salire ai 1030 metri di Serra Carriero. La riserva fa parte del Comune di Filiano (PZ) e appartiene alla foresta demaniale di Lagopesole, nell’alta valle del fiume Bradano.
Oltre che per preservarne la ricchezza della flora e della fauna, la riserva fu istituita anche per salvaguardare un sito di grande interesse archeologico e culturale. Il parco, infatti, nasconde al suo interno una testimonianza storica di altissimo valore.
Partendo dalla frazione Carpini, a circa 800 metri di altezza, tra Lagopesole e Piano del Conte, è stata rinvenuta la più antica traccia artistica dell’uomo in Basilicata. Segnalata da tempo dagli abitanti del luogo, la scoperta ufficiale avvenne soltanto nel 1965 quando il direttore del museo provinciale di Potenza, Francesco Ranaldi, scoprì in un’area boscosa a 879 metri di altitudine dei dipinti preistorici sulla parte di un grande sperone roccioso noto come Tuppo dei Sassi.
Il sito prende oggi il nome di “Riparo Ranaldi” dal nome del suo scopritore, un riparo naturale a forma di mezz’arco dell’altezza di 6 metri incavato nella pietra arenaria, in parte crollata sui lati, come dimostrano i massi rotolati sotto il bordo del breve pianoro: un tempo questo riparo doveva presentarsi più profondo e accogliente di quel che appare oggi.
La parete interna del rifugio reca delle pitture rupestri, tracciate con le dita usando dell’ocra rossa. I dipinti interessano una superficie piana della roccia di 52 centimetri di altezza e 46 di larghezza, sfaldata sui lati per effetto del gelo. Per quanto nel corso dei secoli il colore abbia perso la sua originale vivacità, è ancora possibile apprezzare le immagini tracciate dagli uomini di passaggio per questi territori. La lettura delle figure, invece, ha dato origine ad interpretazioni diverse.
Stando alla prima descrizione fornita da Ranaldi, il dipinto illustra una scena di caccia con protagonisti uomini e animali: cervidi e capridi, scena sparsa senza alcuna coordinazione geometrica. Si riconoscono due animali catturati e trattenuti al laccio, o colpiti con un’arma, da due uomini le cui forme sono delineate dalla sovrapposizione di due corpi ovali uniti da uno stretto e basso tronco. La stessa successione di figure umana e animale si ripete in alto sulla sinistra dove però si collocano a maggior distanza e non appaiono collegate fra loro; la figura umana ha poi una diversa schematizzazione a corpo cilindrico con indicazione delle braccia. In alto sulla destra Ranaldi individua la figura più interessante: un grosso ente maschile alto 18 centimetri formato da tre corpi ovali sovrapposti a significare braccia gambe e testa, da interpretarsi come stregone o divinità. Altre linee non facilmente interpretabili come animali o come armi impugnate dagli uomini arricchiscono la scena e alcune linee tracciate sul margine delle sfaldature indicano che i dipinti dovevano estendersi ulteriormente verso il basso(1).
Subito dopo la scoperta, le pitture furono studiate ed analizzate nel 1965 da Franco Biancofiore, secondo il quale le pitture rappresentano una scena di caccia in cui le immagini zoomorfe raffigurano cinque cervi, mentre quelle antropomorfe quattro uomini, uno dei quali in posizione orizzontale in atto di lanciarsi a braccia aperte e gambe semidivaricate sull’animale sottostante con il braccio destro che brandisce un’arma e probabilmente con berretto cornuto. Le altre figure umane, in posizione verticale, sono rappresentate con il tipico sistema degli ovali sovrapposti.
Negli anni 1971-72, Edoardo Borzatti von Löwenstern, che per anni ha indagato i siti archeologici della Valle di Vitalba, portò avanti uno scavo stratigrafico nel riparo allo scopo di raccogliere qualche elemento chiarificatore: la presenza di una industria Mesolitica, ha solo fornito qualche elemento utile per ipotizzare una cronologia del complesso pittorico(2).
Anni dopo, insieme B. Inglis, tornò a studiare in modo più dettagliato il sito di Tuppo dei Sassi per approfondire la lettura delle figure e tentare una più precisa attribuzione cronologica(3).
La prolungata frequentazione del luogo da parte di diversi gruppi umani di passaggio è dimostrata dai resti di industria litica, frammenti di utensili, e altre incisioni scoperte sopra lo sperone del riparo, e anche i dipinti, secondo la lettura di Borzatti von Löwenstern, sarebbero da attribuire a momenti distinti. Il complesso pittorico testimonierebbe almeno due fasi di esecuzione: la più antica riguarda la porzione inferiore della grande figura lobata che domina la scena e la figura sottostante, interpretata in precedenza come un uomo lanciato nell’atto di colpire un animale. Quella stessa figura, intesa come umana, potrebbe essere invece il completamento di una figura di animale realizzata nello stesso stile delle altre probabilmente dei cervi o dei daini. Le figure lobate sono da intendersi alla luce di questa interpretazione alternativa come degli alberi, che i cervi, numerosi nei dipinti, usano scorticare alla base per marcare il territorio, mentre la grande figura a tre ovali in alto, come la rappresentazione simbolica di una foglia di quercia. Le pitture, in questo modo, servivano per segnalare al cacciatore di passaggio la presenza di cervi e altra selvaggina in un bosco di querce.
Gli studi sopra elencati fanno risalire i dipinti a un periodo compreso tra la fase finale del Paleolitico, detta epipaleolitico, e il Mesolitico, indicativamente 12.000 anni fa. Questo periodo della storia conosce degli sconvolgimenti climatici, e di conseguenza ambientali, che causarono un mutamento delle abitudini degli uomini, degli strumenti usati, delle specie cacciate. Il passaggio da un clima freddo a quello temperato, il venir meno della vegetazione d’alto fusto e l’estinzione dei grandi mammiferi portarono l’uomo, cacciatore nomade, a intraprendere quel graduale percorso che porterà nel Neolitico all’organizzazione dei primi insediamenti abitati stabili

(4).
All’epoca delle pitture di Tuppo dei Sassi l’uomo era ancora seminomade, ma è probabile che si fermasse nel riparo per il tempo necessario a rifornirsi di viveri e, se si segue la seconda interpretazione delle figure, i dipinti sarebbero una testimonianza del cambio di stile di vita degli uomini in un momento di transizione. Non è da escludersi, inoltre, sia che si voglia intendere la figura a tre ovali come uno stregone sia che la si intenda come immagine simbolica dell’albero di quercia, che il luogo avesse un valore magico se non già religioso; che fosse cioè un riparo dove venivano celebrate delle cerimonie religiose a fini propiziatori. Del resto, è noto che le manifestazioni d’arte preistorica rappresentano una forma embrionale di preghiera, un modo per esprimere la devozione alla natura e allo stesso tempo propiziarsi il favore degli dei.
 

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(1) F. Ranaldi, Riparo sotto roccia con pitture preistoriche al Tuppo dei Sassi e Serra Carpino in agro di Filiano, Coop. Imago, (s.d.l.); Tuppo dei Sassi, in «Illustrated London News» London, 1966. Ristampa Avigliano, Tip. Galasso, 1986;
F. Noviello, Storiografia dell’arte pittorica popolare in Lucania e nella Basilicata, Edizioni Osanna, Venosa, 1985, p. 281.
(2) E. Borzatti von Löwenstern, Prima campagna di scavi al Tuppo dei Sassi (Riparo Ranaldi) in Lucania, in «Rivista di Scienze Preistoriche» XXVI, 1971, pp. 373-392.
(3) E. Borzatti von Löwenstern - B. Inglis, Le pitture rupestri del Riparo F. Ranal-di (Castellagopesole-Potenza), in «Studi per l’Ecologia del Quaternario» 12, 1990, pp. 75-81
(4) A. Russo, La Preistoria, le prime tracce dell’uomo nella Basilicata, Consiglio regionale di Basilicata, schede di documentazione ufficio del sistema informativo, scheda 1, p. 1-2.
 
 

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