Gli affreschi della chiesa rupestre di Sant'Antuono ad Oppido

di Teodosio Di Capua

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In località Pozzella (Pezzédde), circa un chilometro dal centro abitato di Oppido Lucano, sul versante sinistro del torrente Varco, all’altezza della collina di Valle arenara esposta a sud-ovest, si apre una serie di diciannove grotte di piccole dimensioni, frequentate fin dalla preistoria e note come “grotte di Sant’Antuono”.

Una di queste grotte è una chiesa rupestre dedicata per l’appunto a Sant’Antuono che conserva al suo interno un mirabile ciclo di affreschi rupestri sulla vita di Gesù. La chiesa di Sant’Antuono si presenta oggi come un edificio di più recente costruzione poggiato sulla primitiva struttura scavata nella pietra viva. Attraverso due piccole arcate sulla sinistra della nuova chiesa si accede alla stretta grotta affrescata.

La grotta è costituita da un’unica ampia navata, da un piccolissimo vano a destra e da una diramazione laterale a sinistra alla quale si può accedere pure dall’interno della chiesa, mediante il primo arco che si incontra sulla sinistra dopo l’ingresso.

Gli affreschi (3) del cunicolo di sinistra, come si diceva, sono dedicati all’infanzia di Gesù. Partendo da sinistra, sul fondo, si incontra l’affresco della Natività, interrotto a metà di quella che doveva essere una volta a botte, sintomo delle diverse fasi costruttive del complesso. Al centro è ritratta la Madonna distesa su un giaciglio rettangolare coperto di stoffa rossa: l’iconografia combina l’archetipo della puerpera sofferente, sdraiata sul dorso, e quello della Vergine seduta. Nella parte superiore, senza soluzione di continuità con la scena sottostante, si colloca il Bambino in fasce in una sorta di mangiatoia e un pastorello seduto che suona un flauto. Nella parte inferiore si deducono due donne che lavano il Bambino mentre Maria porge un panno; a destra, un vecchio pastore avanza condotto da un angelo mutilo.

La prima descrizione puntuale a del ciclo pittorico è stata fornita nel 1962 da Alba Medea e rimane tuttora la più dettagliata e più utile per l’interpretazione di quei frammenti pittorici che hanno subito in maniera più massiccia i danni dell’umidità. (1) La cripta è ornata da due cicli di affreschi: il primo, dedicato alla Passione, morte e Resurrezione di Gesù è disposto sulle tre pareti dell’ampia navata centrale; il secondo, relativo agli episodi dell’infanzia di Gesù e all’inizio della sua predicazione, occupa le strette pareti del cunicolo di sinistra, mentre il piccolo cunicolo di destra ospita una scena di Madonna col Bambino.

La navata centrale ospita, con la sua posizione privilegiata, il ciclo della Passione, morte e Resurrezione di Gesù. Il ciclo comincia, sulla parete sinistra guardando verso il fondo della navata, con l’Ultima cena, in cui spicca uno dei commensali che si sporge ad afferrare del cibo quasi a squarciare il fondo piatto su cui sono disposti gli altri apostoli, tutti seduti salvo Giuda. Proseguendo, sulla destra, è raffigurata la cattura di Cristo per opera di Giuda che, circondato dai soldati, stringe un cappio intorno a Gesù mentre, poco distante, Pietro taglia l’orecchio di Malco con la spada. Nel riquadro sottostante, in pessime condizioni, si può indovinare una figura che protendendo l’indice ordina a Cristo di portare la croce. Il riquadro successivo occupa in altezza l’intera parete e raffigura la flagellazione del Cristo alla colonna. Segue la raffigurazione del buon ladrone Disma, come conferma l’iscrizione, le braccia legate dietro le traverse della croce a tau, secondo un modulo iconografico comune alle scuole orientale e occidentale, derivato dalla Siria. Sulla parete di fondo della navata centrale domina, in tutta la sua ampiezza, la Crocifissione. Soldati armati si dispongo a destra di Gesù in croce mentre sulla sinistra assistono alla scena San Giovanni, Maria e un’altra figura femminile con aureola. In basso si notano appena due angeli, altri due angeli si affacciano sotto i bracci della croce, tutti intenti a raccogliere il sangue di Cristo. Sulla parete di destra, vi è per primo il cattivo ladrone Gestas, come riporta l’iscrizione, così che i ladroni sembrano affiancare la scena della Crocifissione. Gli affreschi successivi sono i più danneggiati e dunque irriconoscibili. La Medea ipotizza dalle iscrizioni ancora leggibili che si tratti di una Deposizione e di una scena con le tre Marie al sepolcro come vuole il racconto evangelico di Marco. (4)

La narrazione si compone dunque di diverse scene, contenute entro dei riquadri, che si affiancano naturalmente l’una all’altra anche quando lo stacco cronologico si fa più ampio: non è infatti inusuale per il mondo orientale-bizantino insistere sulle scene della Natività e della Passione passando immediatamente dall’una all’altro. (2)

Gli affreschi sono opera di un artista in rapporto con l’ambiente locale che da un lato ripropone il repertorio iconografico bizantino, ben noto e diffuso in tutto il meridione d’Italia fino alle soglie dell’età moderna, e dall’altro si cimenta con lo stile più recente della scuola pirenaico-catalana, acquisito dai pittori napoletani alcuni decenni prima. (5) Lo stile dell’anonimo autore richiama molto da vicino le pitture rupestri di altri luoghi di culto della zona del Vulture come la chiesa di Santa Margherita a Melfi e della chiesa di San Biagio nel territorio di Forenza. Il suo linguaggio pittorico è schietto ed essenziale, parla con semplicità agli umili visitatori violando volutamente i canoni della statica iconografia bizantina ed esaltando la vitalità dei personaggi.

Sul lato lungo del cunicolo di sinistra si incontrano cinque riquadri giustapposti: nell’ordine, una ben conservata scena della fuga in Egitto, in alto, e in basso un riquadro raffigurante l’episodio della strage degli innocenti in cui si può riconoscere Erode in trono che ordina l’uccisione dei neonati e alcuni soldati che ne eseguono il volere strappando i bambini al grembo materno. Proseguendo verso destra si nota in alto una raffigurazione piuttosto espressionistica del battesimo di Gesù: al centro il corpo nudo di Cristo lambito dalle acque del Giordano popolate da numerosi pesci; sulla sinistra v’è una piuttosto rovinata presentazione di Gesù al tempio. In basso i frammenti dell’ampio riquadro lasciano soltanto intravedere l’entrata a Gerusalemme.

Nati in ambiente monastico nella prima metà del XIV secolo, gli affreschi furono con ogni probabilità voluti dai monaci dell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani di Vienne, ordine fondato nel 1297 e dedito all’assistenza degli anziani, alla cura di invalidi e malati e all’accoglienza di pellegrini, viaggiatori e itineranti. Il luogo dove sorge la cappella, non lontano da un fiume, e altri indizi come la vasca presso la chiesa, fanno infatti pensare che si trattasse di un luogo di ricovero e di accoglienza.

Infine, nel piccolo vano che s’apre, a destra della grotta, vi è un unico affresco raffigurante una Madonna con Bambino in perfetto stile bizantino.


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(1) A. Medea, Resti di un ciclo evangelico, affreschi della cripta di Sant’Antuono a Oppido Lucano, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania» 1962, pp. 301-311
(2) F. Noviello, Storiografia dell’arte pittorica in Basilicata, Osanna, Venosa, 1986, p. 67-68.
(3) Per la descrizione dei cicli pittorici si veda anche R. Villani, Pittura murale in Basilicata, dal tardo antico al Rinascimento, Consiglio regionale della Basilicata, p. 78-83
(4) A. Medea, op. cit., p. 305.
(5) R. Villani, op. cit., p. 83.

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