Mostra di Nino Tricarico nel Castel Nuovo di Napoli

La vita è arte. L'esistenza e il confronto fra immaginazione e realtà trova la sua voce e la sua sintesi nell'impasto dei colori. Nella spinta verso altitudini che liberano i corpi dal peso della gravità che li spinge verso il basso. Tarpa le ali all'anima. Una ricerca, questa, che è propria dei poeti, dei musicisti, degli artisti. Fra loro ritroviamo anche Nino Tricarico. Dal primo ottobre a giovedì 23 ottobre nella sala Carlo V di Castel Nuovo (Maschio Angioino) di Napoli, la sua pittura è protagonista di un allestimento. Mariadelaide Cuozzo dell’Università di Basilicata, ha voluto presentare la mostra personale di Nino Tricarico, dedicata alle esperienze condotte dall’artista lucano nello scorcio dell'ultimo decennio. La mostra, curata da Massimo Bignardi (docente dell'Università di Siena), riassume la proiezione impressa da Tricarico alla sua pittura, giungendo, nelle ultimissime tele, ad una libera coniugazione dell’astrazione.
Si concedono agli sguardi del pubblico poco più di trenta dipinti di Tricarico. Opere che affrontano la necessità del dialogo tra lo spazio del visibile, la percezione emotiva della realtà, la traduzione che l’emozione e l'atto creativo è in grado di farne.
Ma Tricarico, com'è giusto che sia, intende offrire attraverso le sue opere il senso di un percorso. Il cammino dell'anima compiuto dall'uomo. Il tragitto che l'artista è riuscito a tradurre in forme e colori. Ed ecco così spiegato il senso delle grandi tele realizzate tra gli anni Ottanta e Novanta quando, in collaborazione con altri artisti italiani, Tricarico ha dato vita alla pagina del «Nuovo lirismo astratto».
L’esposizione è anche l'occasione per far conoscere la prima completa monografia (Gutenberg Edizioni) dedicata all’artista lucano. Una immerdione nel senso, nei significati, nei risvolti emozionali di una pittura che testimonia un rinnovato sguardo capace di nuovo slancio. In grado di protendersi al di là del paesaggio, dei suoi miti, delle sue memorie. Una monografia che è introdotta da un saggio di Massimo Bignardi e Giorgio Patrizi. «A distanza di circa trent’anni – scrive Bignardi –, eccomi a ripensare ad esperienze nelle quali si è formata la nostra sodale amicizia, il rapporto stretto di una militanza all’interno di quanto accade oggi: Nino sul versante della pittura a calibrare il segno, a pesare il colore a far sì che la soglia – il limen richiamato da Orazio – non sia traccia del confine bensì del contatto, foriero dell’incontro, del dialogo. Ed io, invece, a farmi, quanto possibile, compagno di strada di chi osserva la tela, affacciandomi io stesso oltre il limen, sull’universo che l’arte apre ai nostri occhi.» Per Cuocco «l’emozione generata dalla visione della natura non è che la via che porta alla visione interiore e la luce lunare si traduce così in quel varco per l’infinito che è il motivo portante dell’intero ciclo. L’alto e il basso, attraversati dalla luce, entrano in contatto e l’infinito si può percepire dall’interno della condizione esistenziale tramite il sentimento della natura, che conduce al Sublime. […] Egli segue nel dipingere un procedimento simile a quello che applica nella scrittura, in entrambi i casi partendo dal reale per operarne una trasfigurazione, che nella scrittura porta spesso dall’aneddoto a una dimensione antropologica e sociale, mentre in pittura conduce dal particolare all’universale come tensione metafisica».
(ValeSa)

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